Il diabete mellito nelle pancreatopatie

Saula Vigili de Kreutzenberg1, Stefano Del Prato2

1Dipartimento di Medicina, Università di Padova; 2Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa

Introduzione

Il diabete mellito “pancreatico” è una condizione di iperglicemia cronica che si sviluppa in seguito ad una malattia acquisita del pancreas, in cui si manifestano alterazioni funzionali sia del pancreas esocrino che del pancreas endocrino. L’American Diabetes Association definì questa forma di diabete “diabete secondario o di tipo 3 (T3cDM)”, anche se attualmente viene inquadrato tra i tipi specifici di diabete dovuti ad altre cause, ovvero secondario a malattie del pancreas esocrino (Tab. 1) (1). Storicamente, la prima descrizione di un caso di diabete secondario a malattia del pancreas risale al 1700, con la descrizione autoptica di un pancreas “…pieno di calcoli, che apparivano saldamente inseriti nel suo parenchima… di varie dimensioni… la loro superficie rugosa, simile a more di pietra. L’estremità destra del pancreas era molto dura e appariva scirrosa”. Oltre cento anni dopo, nel 1889, Minkowski fu il primo a dimostrare che la pancreasectomia sperimentale induceva diabete, nei cani. Il primo intervento di pancreasectomia totale nell’uomo fu eseguito nel 1942. Un successivo più ampio impiego di questa procedura dimostrò che doveva essere attuata una rimozione di tessuto pancreatico superiore all’80% perché si instaurasse il diabete. All’inizio del secolo scorso fu riconosciuto anche un legame tra diabete ed emocromatosi.

I dati di prevalenza di diabete secondario a malattie pancreatiche sono relativamente scarsi, ma probabilmente il diabete pancreatico è una condizione più frequente di quanto comunemente si creda (2-4). In uno studio condotto in Germania, che ha indagato la prevalenza di diabete secondario a pancreatopatia in una coorte di 1868 pazienti diabetici, questa, documentata mediante la presenza di insufficienza del pancreas esocrino e imaging patologico, risultava pari al 9,2% (5). In un’altra coorte di 1922 pazienti con autoanticorpi negativi ed insufficienza pancreatica esocrina ed endocrina, associate a tipiche alterazioni morfologiche pancreatiche, solamente l’8% veniva diagnosticato come diabete pancreatico, mentre l’80% era definito come diabete tipo 2 e il 12% come diabete tipo 1. Di fatto, in questa coorte, il 76% dei soggetti presentava pancreatite cronica, l’8% emocromatosi, il 9% cancro del pancreas, il 4% fibrosi cistica ed il 3% era stato già sottoposto a pancreasectomia (3). In una revisione recente, la prevalenza di diabete pancreatico nella popolazione diabetica occidentale è risultata del 5-10%, nel 75% dei casi associato a pancreatite cronica (6). Non è dunque scontata la diagnosi di diabete pancreatico; se questa forma di diabete non viene sospettata e la diagnosi non viene correttamente posta, vi è il rischio di un’inadeguata terapia medica e di una scorretta gestione del paziente, in cui spesso concomitano altre problematiche nutrizionali e gastroenterologiche (3-4). Inoltre, la maggior diffusione dell’intervento di pancreasectomia e la prolungata sopravvivenza dei pazienti affetti da fibrosi cistica, ma soprattutto l’aumentata prevalenza di pancreatiti croniche suggeriscono che il diabete pancreatico richiederà una sempre maggiore attenzione da parte dei diabetologi e dei gastroenterologi.

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